Il "Party in the Wood" tra i boschi di Gamberale,
in uno degli ambienti più integri del Parco Nazionale
della Majella, si è appena concluso e possiamo fare un
primo bilancio di questa storia per tanti versi amara. Innanzitutto
la violenza perpetrata ai danni di una natura che, ancora integra,
è stata strapazzata per il terzo anno consecutivo da
una banda di facinorosi che, in poche ore, hanno distrutto prati
e boschi, divelto segnali e staccionate e insozzato con fiumi
di droghe e rifiuti di ogni genere un territorio di particolare
pregio per la ricchezza della biodiversità in esso esistente.
Tutto questo e avvenuto in spregio ad ordinanze emesse dall'Ente
Parco e dal Comune di Gamberale che con largo anticipo sulla
manifestazione avevano negato le autorizzazioni necessarie allo
svolgimento della stessa e, in ultimo dalla Questura di Chieti.
E' doloroso oggi assistere alle progressive prese di distanza
dall'accadimento da parte di coloro che dovevano vigilare perché
fossero rispettate regole basilari del convivere civile e perché
si affermasse l'autorità dello Stato.

La
constatazione che il cittadino della strada oggi è
portato a fare riguarda ancora una volta il cedimento del
potere costituito che, trincerandosi dietro questioni di ordine
pubblico, facilmente superabili nei giorni precedenti all'avvenimento,
diviene succube dei ricatti di prepotenti che minano, in questo
modo, la stessa credibilità delle istituzioni.
E'
facile intuire, infatti, quale potrà essere, d'ora
in poi, la reazione di coloro che saranno puniti per non aver
rispettato le regole imposte da un'area protetta, come il
divieto di calpestio dei prati o dell'accensione dei fuochi,
quando ad un piccolo esercito di annunciati lanzichenecchi
è stato concesso di accedere e distruggere un patrimonio
naturale di immenso valore. Ed ancora: sono queste le situazioni
che minano la fiducia degli stessi tutori dell'ordine (a proposito
erano qualche decina di unita con alcuni rinforzi di reparti
celere Domenica al Rave party e non centinaia come si è
scritto sulla stampa) che si sentono umiliati ad essere forti
con i deboli ed assistere poi impotenti ad una così
diffusa ed evidente illegalità.
I
fatti di Genova pesano ancora nelle nostre vicende interne
e nel dibattito politico. Questo però non
è una argomentazione sostenibile per giustificare l'imperizia
dimostrata nell'affrontare la vicenda, né può
essere giustificato il tutto con la formula abusata del mantenimento
dell'ordine pubblico che poteva avere una sua valenza
in assenza di un congruo tempo per predisporre contromisure.
La verità amara è che ancora una volta è
mancata, la cultura della prevenzione e ancor più quella
della sensibilità verso l'integrità ambientale,
un valore che può essere impunemente sacrificato rispetto
ad altre esigenze ritenute prioritarie. Aver tollerato che
si tenesse un mega party, annunciato già da tempo,
- come già dagli organizzatori è stato pubblicamente
dichiarato che il prossimo si svolgerà, nel medesimo
luogo, il 25 di agosto del 2002 - e stata una sconfitta culturale
per tutti noi: per lo stato di diritto cui crediamo e su cui
è basata la nostra democrazia, per i nostri giovani
che imparano come tutto si possa ottenere con dimostrazioni
di forza e manifestazioni violente, per le Istituzioni che
nello scegliere la politica del male minore danno ai cittadini
la percezione di non saper garantire e tutelare i diritti
elementari di ognuno.
Restano
le conseguenze di questo giorno insano "Dies nigro signando
lapillo" avrebbe commentato Marziale. Danni visibili,
fatti di prati insozzati, devastazioni ai beni comunali e
del parco, animali uccisi e danni che sfuggono ad una valutazione
immediata che avranno conseguenze, non quantificabili per
ora, nella gestione di quella fauna di gran pregio, innanzitutto
l'orso, che in quel territorio, corridoio faunistico tra il
PNALM e PNM, transita e che era sin ora particolarmente seguito
e tutelato.
Un
inquinamento ambientale ed acustico di tale portata può
avere esiti estremamente dannosi per il futuro. A tutto questo
e da aggiungere lo scoramento che deriva dal vedere messi
in forse anni di lavoro trascorsi con le popolazioni locali,
con i sindaci, con le associazioni sul territorio a discutere,
dibattere sulla necessità e sull'importanza etica ed
economica di avere aree protette; inculcare nei giovani con
un lavoro assiduo nelle scuole il concetto della sacralità
della natura, mentre nell'arco di poche ore tutto viene rimesso
in discussione, insinuando dubbi tra la gente che non è
poi così importante tutelare l'ambiente e che le trasgressioni
sono possibili e non punibili.
Mi
auguro che questo atto di follia resti isolato e non abbia
più a ripetersi. Sarebbe disastroso se si verificasse
ancora e più volte. Chi deve
vigilare vigili, assumendo le misure necessarie e preventive
per impedire che queste manifestazioni diventino momenti di
distruzione autorizzata delle aree protette e soprattutto
momenti di delegittimazione della autorità locali e
preposte alla salvaguardia ambientale. E' in giuoco
non solo la credibilità della nostra azione tutoria
verso un patrimonio naturale di inestimabile valore, ma anche
la credibilità dello Stato e della sua autorità
vilipesa.
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