|
Le
nuove linee sulla tutela dell'ambiente e del territorio ovvero,
nella fattispecie, delle aree protette, sono state espresse
con forte chiarezza dal Ministro dell'Ambiente e del Territorio
anche in un recente intervento a L'Aquila. La "cultura
dell'accoglienza" ed il "parco come opportunità",
non rappresentano slogan ad effetto, ma chiari indirizzi politici
e culturali che hanno come risultato, in definitiva, lo sviluppo
economico e sociale delle comunità locali residenti
nei parchi.

Quanto
sopra, però, passa attraverso una questione ineludibile
la cosiddetta "partecipazione". Si è più
volte stigmatizzata la tecnocrazia romanocentrica che pretendeva
di gestire un ipotetico parco senza il coinvolgimento delle
comunità locali in senso lato, ebbene il concetto di
"partecipazione" rappresenta appunto la giunzione
fra l'interesse pubblicistico ambientale con l'interesse particolaristico
locale, con la conseguente ricaduta su valori economico-sociali
dell'azione di tutela ambientale.
Ma
questa chiave, quasi banale, di risoluzione anche delle conflittualità
nelle aree protette (quando la protezione dell'ambiente, attraverso
la partecipazione diventa risorsa economica per le popolazioni,
il conflitto come d'incanto cessa
) presume dedizione
ed attenzione. La partecipazione è fatica, contrattazione,
approfondimento ed impegno. Ancora. La partecipazione è
prerogativa di tutte le cosiddette società minori (associazioni,
comitati, partiti, gruppi d'opinione) ma, per quanto concerne
la politica ambientale e del territorio in un parco nazionale,
la sovranità partecipativa risiede in primo luogo nell'entità
rappresentativa del Comune. Per dirla tutta, sono soprattutto
i Sindaci coloro che devono attuare la partecipazione e difendere
l'interesse delle comunità.
Per
quanto concerne questo Parco deve evidenziarsi quanto segue.
Nell'ambito del Consiglio Direttivo, la partecipazione dei
Sindaci (o rappresentanti) è preponderante. Non è
un caso che nella Giunta esecutiva del Parco, su 5 componenti,
3 sono rappresentanti delle comunità locali. Tutto
ciò, però, non basta. I piani di sviluppo economico-sociali
in un Parco non possono che essere "consorziali".
I piani, i progetti molto spesso toccano più Comuni.
Inoltre alcune scelte vanno a favore di alcuni Comuni e, necessariamente,
ne escludono altri.
E'
necessario allora, per attivare le politiche di sviluppo,
un salto di qualità da parte dei Sindaci dei Comuni
del Parco. Non è più possibile fermarsi alla
"richiesta" per il Comune stesso di fondi che ormai
non ci sono più nel Bilancio ordinario del Parco; né
è sufficiente il tavolo del Consiglio Direttivo per
poter esprimere ed attivare le linee di sviluppo. La Comunità
del Parco rappresenta la sede più idonea affinché
i Sindaci entrino in relazione tra di loro, concepiscano progetti
comuni e li portino all'attenzione del Parco. Maggiore attenzione
i Sindaci devono esprimere nei confronti del Piano Pluriennale
di Sviluppo Economico e Sociale che non rappresenta una mera
esercitazione progettuale, ma lo strumento più idoneo
per la proposizione di linee politiche di sviluppo economico
valide e finanziabili di là della cultura dell'obolo
e dell'assenza di partecipazione. Non ci sono più scuse
sull'impossibilità partecipativa e l'aduggiamento della
Comunità del Parco rappresenterebbe per tutti i Sindaci
appartenenti al Parco una responsabilità anche sotto
il profilo strettamente politico. Un'occasione mancata dopo
tante lamentazioni.
|