basta giocare con la pelle dell'orso


Per decenni, a partire dagli anni 70, la comunicazione istituzionale ci ha inondato, quasi ogni giorno, di notizie esaltanti sullo stato di salute dell’Orso Bruno Marsicano: 70, 80, fino a 100 esemplari e tutti in ottima forma nel loro ambiente, efficacemente gestito e conservato. Qualche interessata voce di dissenso interno, che parlava di eccessivo uso turistico del territorio e della conseguente dispersione dell’orso su un areale sempre più vasto, veniva sbrigativamente bollata di disfattismo. Al pari di quanti asserivano - soprattutto i cacciatori e le popolazioni locali - che tale dispersione era motivata dalla competizione alimentare ed ambientale del cinghiale che nel frattempo aveva colonizzato in maniera invasiva zone dove da secoli se ne era persa la memoria.

Poi, all’improvviso, a terzo millennio inoltrato, l’istituzione modello si sbriciola e il suo posto sul proscenio mediatico viene occupato da nuovi profeti, questa volta di sventura, che annunciano con tono messianico “nel giro di 15 anni nel Parco non ci sarà più l’orso marsicano” ed accusano direttamente la politica del Parco Nazionale d’Abruzzo di averne prima firmato la condanna a morte con scelte sbagliate, poi, di aver pervicacemente negato l’evidenza “per ottenere finanziamenti, per far celebrare il Parco come un Ente che funzionava”. Lo sconcerto è totale, non solo per il comune cittadino, quotidianamente bombardato, ora, da notizie nefaste, ma anche fra gli addetti ai lavori ed in tanti cominciano a chiedersi quanto ci sia di concreto e di vero in oltre un quarantennio di comunicazione e di informazione sull’Orso.

Nulla, o quasi. Di certo, tutto scientificamente e tecnicamente infondato, tutto eticamente ed istituzionalmente scorretto, tutto fortemente interessato. Perché, dopo oltre quaranta anni di interventi, di studi e di ricerche effettuati, la realtà è piuttosto amara: le uniche, poche, notizie certe, scientificamente attendibili, risalgono alla ricerca Herrero-Zunino, condotta dal 1970 al 1972, per volontà del WWF Italia, con contributi economici del Consiglio Nazionale delle Ricerche e della inglese Fauna Preservation Society. Per il resto non esistono dati attendibili, di alcun genere, su quantità, distribuzione e stato di salute della specie. Eppure l’Orso di denaro ne ha mosso veramente parecchio, soprattutto nel corso dell’ultimo decennio.

Tralasciando le decine e decine di miliardi generosamente elargiti dal Ministero dell’Ambiente per la tutela del Parco Nazionale d’Abruzzo e del suo animale simbolo, la sola Comunità Europea ha finanziato, nel corso dell’ultimo decennio, progetti di ricerca e gestione della specie per oltre 8 milioni di euro. Con quali risultati? Pessimi, senza ombra di dubbio, soprattutto in considerazione del fatto che a diffondere le notizie allarmanti sono proprio gli organismi che hanno effettuato le azioni di ricerca e gestione. E, forse, tali azioni hanno addirittura peggiorato la situazione preesistente, generando gli orsi “problematici” se è vero quanto scritto dalla rivista “Terra d’Abruzzo” nello speciale sull’orso di questa primavera “Qualcuno ebbe anche la geniale idea di collocare in vari punti esche di pollame per vedere se l’orso passava di lì: una volta un plantigrado sentì l’odore insolito, vide quei pezzetti di carne e li divorò. E così vari orsi iniziarono a razziare nei pollai, un fatto mai avvenuto in precedenza”. Di fronte a tali risultati, quantomeno desolanti, le istituzioni hanno il dovere di agire come qualsiasi medico coscienzioso che, dopo anni di cure costose, non notando miglioramenti nello stato di salute del paziente e riscontrando che non si sono fatti progressi sullo stato di conoscenza della malattia, mette in dubbio l’efficacia delle ricerche e terapie seguite ed
inverte la rotta. In fondo, l’orso ha bisogno di poco. Se si analizzano le cause di morte degli ultimi trenta anni, la ricetta appare elementare. Basterebbe garantire tre condizioni
basilari alla sopravvivenza di qualsiasi essere vivente: di essere amato o quantomeno rispettato, di vivere in un ambiente idoneo alle esigenze della specie e di cibo a sufficienza. Condizioni che sono certamente venute a mancare negli ultimi decenni.
Infatti, dei 56 casi di morte, accertati dal 1971 al 1997, ben 21 sono stati determinati da atti di bracconaggio o caccia, 10 a seguito di impatto con auto e treni e solo 6 da cause naturali. E quasi tutte le morti violente, comprese le ultime degli anni 2001/2003, non sono avvenute all’interno delle aree protette ma nelle aree agricole esterne ai
parchi. La completa scomparsa dell’agricoltura all’interno dei parchi, per i cambiamenti socioeconomici verificatisi a seguito dello sviluppo turistico degli anni 60-70, è senz’altro
la causa di principale sofferenza per la popolazione di orso. Se ciò è vero, come è vero, si può fare molto e con poco.

Una pianificazione regionale e dei singoli parchi, attenta ed adeguata, può senz’altro coniugare le necessarie esigenze di sviluppo dei territori con quelle di tutela, evitando di compromettere le aree fondamentali ancora idonee per la specie e le ultime zone di connessione rimaste. In fondo lo scopo fondamentale della pianificazione di area vasta è proprio quello di garantire lo sviluppo, evitando di compromettere il territorio.
Un rilancio delle attività agricole e zootecniche, ed il sollecito ed adeguato pagamento dei danni provocati agli allevatori ed agricoltori, soprattutto all’interno dell’areale storico dell’orso, si impone non solo per riequilibrare l’economia dei territori ma anche per evitare alla specie la frequentazione di aree ad alto rischio e mitigare i conflitti con le popolazioni interessate. Una campagna di informazione, comunicazione e promozione che leghi l’immagine turistica della Regione dei Parchi a quella del suo animale simbolo, all’amico orso, servirà non solo a promuovere l’immagine dell’animale e della “regione dell’orso” ma anche a far comprendere meglio il formidabile valore economico della natura. Una decisa intensificazione delle azioni di controllo del territorio e di intelligence, per prevenire ed eliminare ogni possibile rischio di uccisione deliberata o accidentale da caccia di frodo. Azioni per la mitigazione del disturbo ambientale, anzitutto regolamentando i flussi di utilizzazione delle molte, troppe, strade forestali. Infine la ricerca, o meglio la conoscenza. In passato la ricerca ha obbedito più alle esigenze ed a volte agli egoismi dei ricercatori e degli organismi che la promuovevano ed attuavano, che non a quelle di tutela della specie. Poiché la ricerca è sempre effettuata con pubblico denaro, questo non potrà e non dovrà più accadere. Sono queste le linee guida del Piano di Interventi urgenti per la gestione e la salvaguardia dell’Orso Bruno marsicano, elaborato e coordinato dal Parco Nazionale della Majella e finanziato per 230.000 euro dal Ministero dell’Ambiente e dalla Regione Abruzzo. Azioni concretamente avviate sin dal mese di marzo tra mille difficoltà, diffidenze ed egoismi ma che si spera possano concretamente contribuire a conservare nelle valli e nei monti d’Abruzzo, Lazio e Molise le condizioni di vita necessarie alla sopravvivenza dell’animale simbolo della biodiversità animale italiana e parte fondamentale della stessa storia e cultura dei territori. Un Abruzzo senza l’Orso, non è più Abruzzo!

  • NICOLA CIMINI - Direttore

 

sommario di Radio Lupo #10, settembre - ottobre 2004