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Napoli capitale, la "Via degli Abruzzi" e l’inserimento dell’economia di montagna in un mercato più vasto. Rapporti con Firenze e con la Lombardia

Già in età longobardo-franca la via dorsale appenninica aveva acquistato nuova importanza (almeno per i contatti tra le capitali ducali Spoleto e Benevento); l’unificazione monarchica realizzata dai Normanni creò poi il presupposto essenziale perché essa assumesse un ruolo primario per tutto il Mezzogiorno. Tuttavia, nell’età normanna non si era ancora creato, tra il regno meridionale e le regioni centro-settentrionali d’Italia, uno specifico collegamento di natura politica ed economica che desse impulso ai traffici a grande distanza tra i due grandi ambiti; d’altra parte, in quell’epoca negli assetti territoriali abruzzesi regnò a lungo abbastanza disordine (in particolare nell’area a sud-est della Maiella, tra Manoppello e il Sangro, da dove i primi conquistatori normanni minacciarono continuamente i possedimenti casauriensi). Ma nell’età sveva e ancor più in quella angioina (per gli stretti rapporti della dinastia francese con Firenze) e poi in quella aragonese (quando il legame più forte si stabilì piuttosto con la Lombardia) si ebbero tutte le condizioni perché quell’asse viario assumesse un ruolo primario a livello peninsulare.

Dalla seconda metà del secolo XIII all’inizio del XVI sono le aree attraversate dalla grande arteria quelle che accelerano il loro sviluppo. Il nuovo corso di eventi investe direttamente le città e altri centri di pieno transito, come L’Aquila, Popoli, Sulmona, Castel di Sangro (riferendoci alle aree interne; sul versante marino vanno considerate Teramo e Atri, a parte il caso del porto di Ortona e della sua retrostante piazza commerciale di Lanciano), ma coinvolge in profondità anche le fasce laterali, cioè i centri della montagna, giacché il fattore primario che aggancia quei traffici a queste terre è dato proprio dalla risorsa primaria di questa, il pascolo e la connessa industria armentizia.

Il fatto nuovo da prendere in considerazione, a partire dalla piena età sveva, è dunque il contatto che si stabilisce tra le aree di produzione della principalissima materia prima, la lana (ma anche le materie tintorie, la seta e gli animali da carne), e i grandi mercati e luoghi di lavorazione del prodotto finito nel centro-nord. Sorgono però anche attività di trasformazione in loco: la produzione di tessuti in lana e in seta si afferma sia sul versante sulmonese sia nella Valle dell’Aventino (dove permane tuttora). E dappertutto, in Abruzzo, circolano i banchieri e mercanti toscani e con loro anche gli uomini di cultura, gli artisti e gli artigiani che eseguono opere in molti centri. Un caso esemplare: Giovanni Boccaccio transita più volte per Sulmona, e la prima copia a noi nota del Decameron circola tra i mercanti che frequentano le piazze di Sulmona e L’Aquila; a Sulmona si forma una cerchia di amici e corrispondenti del Petrarca. Tra l’altro, la figura del sulmonese Ovidio esercita un forte richiamo nel clima dell’incipiente Umanesimo.

Alla presenza dei Toscani, foltissima fino alla metà del ‘400, segue quella dei Lombardi, che dura almeno fino al secolo XVII. Tra questi ultimi predominano gli artigiani esperti di costruzioni e nella raffinata lavorazione della pietra, del legno, del ferro battuto, degli stucchi: le loro colonie sono in Abruzzo già nella prima metà del ‘400, ma affluiscono numerose dopo il gravissimo terremoto del 1456 che creò proprio in questa regione larghe occasioni di lavoro. Si ebbero anche insediamenti stabili di nuclei lombardi, i quali hanno lasciato un’impronta decisiva a Pescocostanzo: qui tuttora permangono varie loro tradizioni artigianali, si pratica il battesimo con rito ambrosiano, si parla un gergo di mestiere detto "lingua lombardesca", si lavora il merletto di tipo milanese. Gli intensi contatti di questa montagna con le grandi città lontane dall’Abruzzo sono da evocare anche per inquadrare le vicende di singoli personaggi che, nati in questi paesi, hanno conquistato posizioni di rilievo nella storia culturale italiana. Si citano i casi più eminenti: nella seconda metà del ‘200 il giurista Marino da Caramanico, che studiò a Bologna, si affermò alla corte angioina di Napoli, come uno dei fondatori della teoria dello Stato nazionale svincolato dall’autorità imperiale; in pieno ‘400 Nicola da Guardiagrele si formò, con ogni probabilità a Firenze, frequentando il Ghiberti, e divenne maestro sommo nell’oreficeria a sbalzo. (Non appartiene invece a Tocco da Casauria, ma a Tocco nel Beneventano, la gloria del giurista di età sveva Carlo di Tocco).












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