09 Dicembre 2022
Parco Nazionale della Maiella



UN PARCO DI MONTAGNA



AFFACCIATO SUL MARE

DOMENICO DI SCIASCIO: BRIGANTE DI GUARDIAGRELE

Contadino di Guardiagrele, Domenico Di Sciascio nel 1861 iniziò la sua epopea reazionaria brigantesca contro il nuovo stato insieme ai fratelli Giovanni e Antonio. La prima azione che lo vide protagonista risale al 28 luglio 1861 quando la Banda della Maiella, guidata da Pasquale Mancini, attaccò il borgo di Pennapiedimonte. E in breve tempo grazie alla sua astuzia, al suo coraggio e alla sua conoscenza del territorio diventò il capo dei briganti della Maiella Orientale, che attaccavano le famiglie ricche e le persone vicine al nuovo governo.

In questo primo anno sono molto scarse le informazioni dei fratelli Di Sciascio, ma molto probabilmente seguirono Pasquale Mancini nel frusinate dove Luigi Chiavone stava organizzando l’assalto del 6 aprile del 1862 a Luco dei Marsi, dove fu ucciso lo stesso Mancini. Dopo questo tragico epilogo i briganti della Maiella tornarono nei propri territori sotto la guida di Luca Pastore e proprio in questo periodo Di Sciascio diventò il punto di riferimento dei briganti sulla Maiella Orientale, insieme a Salvatore Scenna e Gaetano Rizzacasa.

L’estate del 1862 fu una delle più movimentate sulla Maiella Orientale e parte della provincia di Chieti dove le bande cooperarono tra di loro per far bottino di armi, munizioni e denari e affrontarono più volte le Guardie Nazionali. Una delle azioni principali di questo periodo fu la battaglia di Campo Di Giove (13 agosto 1862) che però fallì, grazie alla forte resistenza degli abitanti e soprattutto a quella di Don Vincenzo Ricciardi. La banda, quindi, dovette ritirarsi e tornò in numero ridotto a Monte d’Ugni, poiché il gruppo di Caramanico si era ritirato verso la valle dell’Orta.

Una volta giunti nel punto di raccolta iniziale incontrarono due pastori di Pennapiedimonte che gli riferirono, da parte del funzionario speciale Cesare Volpi, il messaggio di arrendersi. La risposta fu negativa e così il Volpe ordinò la fucilazione di chiunque scendesse o salisse dalla Maiella Orientale. Di Sciascio e Strilli per non ritrovarsi in trappola ruppero lo sbarramento di Volpe e il 17 agosto scesero verso la zona di Caprafico dove si accese lo scontro. Nella notte i briganti riuscirono a fuggire. Da settembre a novembre, Domenico e i suoi girarono da un luogo all’altro riposando nella boscaglia di giorno e spostandosi di notte. Questo stile di vita diventava sempre più duro e il rischio di essere catturati aumentava. E, infatti, molti decisero di costituirsi alle forze dell’ordine. La banda Di Sciascio si ridusse sempre di più e oramai a dicembre contava solo una decina di uomini tra cui i tre fratelli Di Sciascio. Nei primi mesi del 1863 gli attriti tra Salvatore Scenna e Gaetano Rizzacasa aumentarono portando alla morte di quest’ultimo, amico fedele di Domenico. Dopo l’omicidio, il Di Sciascio si ritrovò sempre più isolato e braccato. Nel frattempo la sorte volle che un uomo di Guardiagrele tal Domenico Di Sciascio diventasse tenente della Guardia Nazionale ed a lui fu affidato l’incarico di catturare il suo omonimo brigante. Il brigante Di Sciascio si diede alla macchia e con l’arrivo dell’inverno si spostò verso Roma dove si organizzò con altre bande. Sfuggì a Roma alla cattura delle guardie francesi dopo una segnalazione e riuscì a superare un nuovo anno.

Il 29 novembre 1865 fu posta una taglia di 4000 Lire sulla testa di Domenico Di Sciascio sperando che qualcuno lo tradisse, ma ancora una volta riuscì a raggiungere lo Stato Pontificio. Nella primavera successiva il brigante tornò sulla Maiella e insieme a Domenico Cannone e Nicola Marino continuò nelle sue azioni approfittando dell’impoverimento dei distretti militari di Lanciano e Chieti. Ma nel mese di agosto le cose cambiarono: i militari rientrano poiché era finita la terza guerra d’indipendenza. I briganti sempre più stanchi decisero di consegnarsi alle autorità ma Domenico Di Sciascio non era disposto ad arrendersi.

Il 10 novembre 1866 Camillo Di Donato e Domenico Colanieri, della banda Di Sciascio, si trovavano sul Monte Cavallo insieme a Domenico Di Sciascio, Nicola Marino e Carmine d’Angelo. Tuttavia, poco dopo, gli ultimi due si avviarono verso Roccamorice mentre Di Sciascio rimase con gli altri intenzionato a scendere verso la pianura. Giunti presso grotta Rifora (oggi grotta del Cavone), in tenimento di Pennapiedimonte, Colanieri puntò il fucile alla testa di Domenico mentre era girato di spalle e gli sparò, uccidendolo sul colpo.

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