09 Dicembre 2022
Parco Nazionale della Maiella



UN PARCO DI MONTAGNA



AFFACCIATO SUL MARE

TAPPA IV - Sant’Eufemia a Maiella – Roccamorice

Il Sentiero dei Briganti

Scheda Tecnica:
Sigle dei sentieri percorsi: B6 - P - CP4
Località di inizio: Sant'Eufemia a Maiella
Località di arrivo: Roccamorice
Difficoltà escursionistica: EE - ESCURSIONISTI ESPERTI
Dislivello in salita: m. 430 circa
Dislivello in discesa: m. 750 circa
Lunghezza: km 22,000 circa
Tempo di percorrenza: 7h. 00' circa
Punto acqua: Sant'Eufemia a Maiella – San Nicolao – Caramanico T. – Decontra – Fonte Cugnoli - Roccamorice
Strutture informative del Parco più prossime alla zona: Centro Informazioni di Sant'Eufemia a Maiella, Centro Informazioni di Caramanico Terme, Centro Informazioni di Roccamorice

Descrizione:

Partendo da Sant'Eufemia a Maiella si prende la vecchia strada che porta fino a Caramanico. Entrati nel Borgo si raggiunge il Centro Visita del Parco in località Santa Croce e si imbocca il sentiero B6 in direzione “Scalelle” nella Valle dell'Orfento; giunti sul fiume si imbocca il Sentiero dello Spirito S in direzione “Ponte di Caramanico”. Usciti dal ponte sulla SS. 487 si sale per il sentiero tematico del Parco P (detto anche tratto del Calvario), fino a raggiungere Decontra. Da qui si attraversa la valle Giumentina e poco dopo fonte Cugnoli si incontra una stradina asfaltata sulla destra. Questa via conduce a Roccamorice o, se vogliamo, direttamente ad Abbateggio. Luoghi legati agli episodi di brigantaggio: Sant'Eufemia a Maiella, San Nicolao, Caramanico Terme, Valle Giumentina, Abbateggio, Roccamorice.

Episodi di Brigantaggio lungo la tappa:

21-25 ottobre 1860, Caramanico, Sant'Eufemia, Salle e Musellaro - La rivolta della Maiella occidentale “Nel piccolo borgo di Caramanico la mattina del 21 ottobre 1860, in molti si radunarono dinanzi al municipio per le operazioni di voto. Tutto avveniva con ordine e calma, forse semplicemente una calma apparente. Infatti la folla di persone accorsa sul luogo era diventata troppo grande. Il vocio divenne rimbombante, aiutato anche dalle case che circondavano la piazza fungendo quasi da anfiteatro. Ad un tratto, qualcuno si fece largo e cercò di pronunciare un discorso con voce forte ma non riuscì a farsi capire. Salì quindi sulla pedana e gridò, togliendosi il cappello dinanzi a tutti, «Viva Francesco II». Domenico del Raso trovò con questo urlo l'appoggio della maggioranza presente.

Gli uomini della guardia nazionale cercarono di allontanare la folla con spintoni e minacce ma dovettero sparare in aria. A quel punto tutti fuggirono sgomberando la piazza. Ma non si poteva pensare che tutto si sistemasse in quel modo. Infatti, la folla avversa al voto si riunì sui ruderi del castello che dominavano il borgo di Caramanico e raccolte pietre e materiale di ogni sorta iniziarono a lanciarlo sulle guardie nazionali. La folla di reazionari, tutti contadini, riuscì a conquistare la piazza del municipio dove oramai la giunta comunale, le guardie e vari curiosi capirono che era il momento di «filarsela via a gambe levate». Non contenti di questo il turbinio di reazionari si diresse verso la sede della guardia nazionale ma trovarono solo una porta chiusa a far da barriera. L'utilizzo di una scure bastò ad aprire un varco. I busti di Vittorio Emanuele e Garibaldi furono gettati a terra e fracassati, il mobilio fu bruciato e soprattutto i fucili presi dall'abitazione di Giuseppe de Angelis, membro della guardia, che abitava sopra la sede dei militi. La folla era inferocita e per molti «galantuomini» figli della nuova borghesia nascente tutto poteva diventare pericoloso.

21 ottobre – 1° novembre 1860 - Roccamorice insorge “Il 21 ottobre 1860 si votò, come nel resto del sud Italia, anche a Roccamorice. Il 6 gennaio precedente erano fuggiti dal vicino carcere di San Valentino una decina di detenuti che insieme alla grande maggioranza dei contadini del paese non accettavano il nuovo cambiamento del governo. Si temeva che i galantuomini che erano a favore dei Savoia diventassero sempre più ricchi e forti; si aspettava il momento buono per creare il caos. Un tale Giuseppe Parete era molto adirato sin da quando si presentò dinanzi agli operatori elettorali. Quelle votazioni, diceva, erano un intrigo dei galantuomini contro il ceto dei contadini. Fu proprio il grido di “Viva Francesco II” che creò la scintilla per l'insurrezione di Giuseppe insieme ad altri molti contadini verso la sede della guardia nazionale; la sollevazione infuriò verso le ore 22 quando tutto il paese, in poco tempo, fu in mano agli insorti. Il 22 ottobre il paese si svegliò trasformato roccaforte con tanto di barricate agli accessi. Aspettando l'aiuto del brigante Colafella, furono rubati munizioni e fucili nelle case delle guardie e il cassiere comunale dovette restituire tutti i soldi presi alla gente attraverso le contravvenzioni forestali. Con Colafella a capo avrebbero ripristinato il governo legittimo, ma il 1 novembre 1860 un'amara sorpresa colse il movimento di riscossa. Un drappello di armati giungeva da nord ovest ! non erano gli insorti della valle dell'Orta ma un reggimento regolare e ben armato di soldati piemontesi; forse Colafella già sapeva di questo arrivo e ritenne che era troppo rischioso lasciare Caramanico per incamminarsi verso Roccamorice. I Piemontesi, dunque, entrarono in paese e diedero avvio a perquisizioni ed arresti fino a riportare l'ordine nelle vie del paese della Maiella più tenace nella rivolta dell'ottobre 1860: Roccamorice.
Altri tramavano ancora e ben presto qualcuno avrebbe ripreso le armi dei soldati. Tra questi vi sarà il famigerato brigante Nicola Marino, detto Occhie di celle, che insieme ai suoi compagni costituiranno l'ossatura della banda Maiella.”

11 gennaio 1861 - I briganti di Abbateggio “L'11 gennaio 1861, intorno alle ore 23:30, giunse a Abbateggio un drappello di soldati guidati dal capitano dei bersaglieri signor Buitti. Egli era a comando di bersaglieri, real carabinieri e dieci guardie nazionali di San Valentino. Il capitano decise di muoversi in notturna e con la presenza di una leggera coltre nebbiosa per non dare nell'occhio. Questo era lo stesso pensiero dei reazionari, o «briganti» secondo l'opinione del medesimo capitano, che rimanevano comunque all'erta per qualche reazione. Infatti, appena i militari giunsero nei pressi della cappella del Carmine videro dei strani movimenti. I soldati più avanzati gridarono un paio di volte «Chi va là?». La risposta fu breve ma sintetica attraverso quattro pallottole filanti indirizzati agli interlocutori. Il capitano immediatamente ordinò la carica con le baionette abbassate ed entrò in paese occupandolo interamente e chiudendo ogni uscita con la presenza dei suoi militi. La notte trascorreva veloce e senza altre problematiche. Assicurati, così, che non vi fosse gente armata in giro, il signor Buitti fece allestire il corpo di guardia intorno alle cinque di mattina. Improvvisamente, dalla strada detta del Torrione, altri colpi di arma da fuoco partirono in direzione dello stesso capitano. Questi, arditamente, con i suoi bersaglieri comandò la carica verso quella zona ma nella fitta nebbia e nel buio non si riusciva a vedere più nulla. Giuseppe Mancini, un anziano signore del paese, sentendo gli spari non riusciva a dormire e si scorse fuori dalla finestra della propria abitazione. Poco più sopra il paese vide, lì dove la nebbia si diradava e la luna piena illuminava le ampie radure di Gennaio, un folto gruppo di gente arrivare e posizionarsi nella zona di colle sant'Agata. Si saprà più tardi dallo stesso Mancini che si trattava dei reazionari di Roccamorice e di Lettomanoppello giunti in aiuto degli abbateggiani. La nebbia inglobò anche loro, proteggendoli dagli occhi dei piemontesi. Da colle Sant'Agata, ove si erano appostati, essi spararono sui militari che avevano occupato il paese. Il capitano ordinò di rispondere al fuoco ma tutto fu fatto nella più totale oscurità e tra spari e grida non si riuscì a capire più nulla. Buitti, però, dovette per un attimo fremere poiché una pallottola gli passò sopra sfiorando i suoi capelli e facendoli volare il cappello piumato. La sparatoria continuò fino alle prime luci dell'alba ma poi i soldati raggiunsero la sommità del colle. Non fu trovato nessuno ad aspettarli poiché tutti erano fuggiti. L'indomani, la determinazione del capitano si fece ben sentire. Iniziarono le indagini e le perquisizioni in ogni casa del paese e poi subito dopo l'arrivo del giudice Giusuè Pensa furono confermati gli arresti e condotti nel vicino carcere di San Valentino tutti coloro che avevano un'arma in casa e che non erano legati direttamente al sindaco Di Marco. Anche Nicola Vincenzo de Thomasis e Camillo Breda furono arrestati, poiché avevano una cattiva reputazione e possedevano in casa due coltelli con la lama oltre il palmo di mano. Nicola, tra l'altro, fu indagato per il tentativo di omicidio nei confronti di Antonio Orlando di Pretoro ma, due anni più tardi, sarà scagionato non essendo sufficienti le prove.Nonostante ciò, la sicurezza per le contrade di Abbateggio tarderà ad arrivare, poiché alcuni cittadini del piccolo borgo si uniranno alle bande organizzate di Domenico di Sciascio e soprattutto a Nicola Marino che, fino al 1867, opererà proprio in quei territori. Il paese avrà comunque il suo corpo di guardie nazionali e negli anni successivi non risultò più direttamente minacciato.”


13-16 agosto 1866, Valle Giumentina – "La Vendetta di occhie di celle" I giorni di agosto a Caramanico Terme sono, da sempre, giorni di grande feste legati alla Madonna dell'Assunta. Basilio Liberi, un possidente terriero di Roccamorice, decise che sarebbe stata un'ottima occasione per comprare una salma di vino. In paese si ragionava sul prezzo del grano e del farro e altri raccontavano della guerra in nord Italia, le bande di reazionari capeggiate dal brigante Nicola Marino e Cannone si facevano sempre più violente e cercavano di chiudere i conti con qualcuno. Non sapremo mai se Basilio avesse qualche debito con loro, ma certamente era tra le persone a rischio. Non era un caso che tale Basilio Liberi era il presidente dell'urna di Roccamorice quel 20 ottobre 1860, quando bisognò votare a favore del regno unitario d'Italia con Vittorio Emanuele II.
Basilio dopo aver acquistato il vino si incamminò per tornare a Roccamorice verso Valle Giumentina. Giunto a confine con il tenimento di Abbateggio si trovò, dinnanzi a due antiche querce, cinque uomini. Sembrava che fossero fermi per riposare dopo una lunga giornata di lavoro. Invece, si rivelarono briganti. Chiesero a Basilio di andare con loro e tramite Francesco Speranza, un contadino della zona, fecero recapitare alla moglie di Basilio un biglietto di ricatto. Maria Nicola, la moglie di Basilio, inviò solo qualche soldo delle 2250 lire richieste da Nicola Marino e la conseguente risposta da parte del brigante non si fece attendere:
«Noi non avemmo prende moglie. O ci portate 100 piastre dorate o prima ammazziamo vostro marito e dopo ammazziamo la famiglia vostra».
Il giorno dopo, intanto, arrivarono presso la valle Giumentina i soldati ed i real carabinieri alla ricerca dei briganti. Posti nelle collinette dinanzi al vallone di San Bartolomeo nel versante di Caramanico, quest'ultimi tennero per tre ore sotto scacco i soldati fino a dividersi in gruppi trovando rifugio nella valle di Santo Spirito. Questa si costituisce di una fittissima faggeta piena di sentieri e vie di fuga e che termina sui prati della Maielletta. I briganti raggiunsero la zona di monte Cavallo. Questo tragitto, però, poteva essere fatto solo di notte poiché bisognava passare sotto il Block Haus, dove si trovavano alcuni soldati riparati in un piccolo fortino. Probabilmente, i briganti raggiunsero la località che oggi chiamano la Tavola dei briganti e questo poteva avvenire solo di giorno, causa la fitta faggeta, magari alle prime ore dell'alba. La zona era molto strategica per i briganti, poiché potevano raggiungere facilmente il versante di Pennapiedimonte; oppure salire sul monte Focalone attraversando così la Maiella e discendere qualsiasi versante.
Il brigante, dopo aver annunciato la morte del marito di lei, le chiede scusa se scrive così poco. Forse si rende conto della sua ferocia.
«Cara moglie, ga opardito da questo mondo affatte/ una aspera morte, atesso e morto Basilio/ epresto morirai tu con tutte le famiglie/ per le tante male azzione che avete/ fatto sara distrutta lintiera famiglia/ avete mandato 9 pezze e melo prese scusate di questi pochi versi»
Tuttavia, lo stesso Nicola, racconterà a molti di aver fatto uccidere il signor Liberi ed il cui corpo fu fatto cadere da una delle rupi di Scrima Cavallo. Ciò che rimaneva di lui fu ritrovato il pomeriggio del 16 agosto dalle autorità di Caramanico. Questa fu la tragica fine di Basilio Liberi. Il motivo di questa uccisione non lo sapremo mai, ma certamente il suo status sociale e la sua vicinanza ai liberali furono motivi non del tutto indifferenti alla vicenda. L'estate del 1866 si rivelò una stagione molto pericolosa per chi avesse a che fare con i briganti.
Nicola Marino era capo indiscusso dei briganti della Maiella nord occidentale e con questo gesto, insieme ad altri, faceva parlare di sé con le sue azioni talvolta molto cruente. Nulla gli sfuggiva e veloce scampava alla cattura. La forza pubblica non aveva a che fare con un semplice brigante ma con l'astuzia e l'agilità simile ad un rapace da cui l'appellativo Nicola Marino detto «Occhie di celle».


Curiosità:

“A volte anche qualche pastore poteva dar fastidio ai briganti. Pasquantonio Populo, ad esempio, pascolava le pecore nel tenimento di Lettomanoppello. Egli, dei briganti, vedeva ogni spostamento e conosceva le loro posizioni. Tutte le sue conoscenze le riferiva alle guardie. Così Nicola Marino detto occhie di celle, insieme all'amico Salvatore Scenna, lo rimproverarono. Poi, fattolo inginocchiare sotto il tiro di fucile di Marino, Scenna gli recise l'orecchio sinistro a segno di monito a tutti gli altri pastori. Tuttavia, il 1863 fu un anno tremendo per tutti. Chiunque avesse avuto a che fare con i briganti veniva arrestato. Chiunque fosse trovato con armi in mezzo alla boscaglia veniva fucilato sull'istante. I soldati, inoltre, si facevano fotografare con i corpi senza vita dei briganti appena uccisi. La spietatezza era in entrambe le parti. Si trattava di una vera e propria guerra.

“L'ultima domenica di maggio dell'anno 1861, all'interno del carcere di San Valentino in A.C., si trovava un certo Giuseppe Di Marco, contadino ventisettenne del vicino paese di Tocco. Era stato condannato a causa di una sua aggressione nei confronti di un concittadino. Il processo nei suoi confronti non era stato ancora terminato e quindi non sapeva neanche neppure quanto avrebbe dovuto aspettare. Intorno alle quattro del mattino ecco che qualcuno grido dell'esterno queste parole -Figliuoli alzatevi, fate presto, io sono Francesco II, vi è venuta la grazie, andiamo-. Non era il re a dire queste parole, ma qualcuno che parlava per lui: Luca Pastore. Quando gli chiesero come avesse fatto a farli uscire da lì, lui rispose -Prepareteve ca mo sciete!-. Passarono pochi minuti e la porta della pigione fu aperta. Poi, scortati dai briganti, uscirono nel paese addormentato attraverso la Porta Grande fino a raggiungere il vicino convento dove erano attesi da altri briganti. Lungo il tragitto una ragazza del paese, tale Mariannina si affacciò dalla finestra ma si trovò dinanzi il fucile di Pastore e subito si ritrasse. Usciti dall'abitato il gruppo si rimise immediatamente in marcia verso la montagna. Attraversarono campi seminati e campi incolti e, dopo aver raggiunto la valle Giumentina, entrarono nel bosco. Si ritrovarono infine in una grotta posta sul versante caramanichese della valle, in cui era sito l'Eremo di Santo Spirito a Maiella. Giuseppe rimase con loro per due giorni e scoprì che all'interno nella banda vi erano anche due donne. La più giovane era Anatolia Izzarelli presa di forza dal carcere di Caramanico per poter provvedere alla cucina della banda. Giuseppe osservò anche che non mancavano rifornimenti, consegnati dai vari contadini che salivano a prendere la legna. Potevano avere a disposizione carne fresca di pecora o capra, formaggio e vari frutti o cereali della zona. L'appoggio dei locali, quindi, era fondamentale.”

Leggi di più:

ANGELO CAMILLO COLAFELLA

NICOLA MARINO

LA BANDA DELLA MAIELLA
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