22 Febbraio 2024
Un Parco di Montagna affacciato sul Mare

TEMPO DI BRIGANTI: LA BANDA DEI SULMONTINI

1 Febbraio 1861
Il 29 gennaio 1861 era una giornata tranquilla e fredda sulla piana delle Cinque Miglia. La neve ricopriva tutto il pianoro a 1250 metri d’altitudine, quasi sembrava di essere in quelle lontane steppe della lontana Russia ove cinquant’anni prima perirono numerosi soldati di Napoleone tra cui, molti, venivano dagli stati italiani. Gli anziani raccontavano ancora quelle vicende. Ora i tempi erano cambiati ma vi era comunque una nuova guerra. Quella per fare l’Italia.

In mezzo al grande altopiano delle Cinque Miglia, intanto, giungeva una vettura trainata da buoi che alzava la neve come polvere. La vettura, scortata da alcuni soldati, giunse all’imbocco della Valle Scura, dove termina la piana sul passo delle Fontanelle. Qui, la scorta di militi, si divise. Alcuni soldati tornarono indietro, mentre gli altri proseguirono insieme a sette guardie nazionali giunte dalla vicina Pettorano sul Gizio. Il compito di tutti era quello di scortare a Sulmona sette prigionieri reazionari locali. La sorveglianza era massima poiché si sapeva, e ci si aspettava, l’attacco di altri filo borbonici in qualsiasi momento. La consegna venne fatta comunque alle autorità competenti nella città peligna, e insieme ai soldati, decisero di rimanere a Sulmona anche quattro di quelle guardie nazionali. Enrico Lancia, Raffaele d’Aurora e Sebastiano Salvatore, invece, decisero di ritornare subito in paese. Le strade erano pericolose in quel periodo, soprattutto se venivano attraversate dalle guardie nazionali, considerate dai reazionari alla stregua di traditori poiché servivano il nuovo re Vittorio Emanuele, il piemontese.

I tre giunsero nel punto detto Ponte Nuovo, dove la via consolare si diramava e si oltrepassava il fiume Gizio, dinanzi al casino di don Liborio Scappaticce. Qui furono circondati da sette individui armati di fucili, pistole e pugnali. Questi uomini armati ordinarono alle guardie di deporre le armi. Non c’era altra possibilità per sopravvivere che cedere. Questo, però, non bastava. La banda ordino ai tre di gridare «Viva Francesco II!». Rifiutarono. I tre uomini furono colpiti da botte con calci e pugni. Percossi e feriti, stramazzarono a terra. Tutto avveniva dinanzi agli occupanti del casino che, indifferenti, guardavano la scena. Era solo l’inizio. Tutta la conca peligna sarebbe scoppiata in disordini e dominata da bande armate composte da sbandati dell’esercito borbonico e da reazionari che in breve sarebbero stati chiamati «briganti». Tra le più importanti vi fu quella dei Sulmontini guidati da Antonio La Vella e dai fratelli Felice e Giuseppe Marinucci, ex soldati dell’esercito borbonico che, come molti, si aspettavano il ritorno del legittimo re. Le loro azioni, come quella appena descritta, erano volte a colpire proprio le guardie nazionali e l’esercito regio.

Dopo l’episodio avvenuto nei pressi di Pettorano iniziò per loro la caccia da parte delle autorità. La banda fu segnalata nella zona delle Marane a ridosso del Morrone di Pacentro. Così la guardia nazionale di Sulmona, insieme a dodici uomini del 35° fanteria Pistoia, si mosse dalla città intorno alle venti del 1° febbraio, giacchè i cosiddetti «briganti» entravano in azione nell’oscurità. Decisero, infine, di dividersi in tre formazioni. La prima, guidata dalla guardia Nicola Poillucci mosse lungo la strada dei cappuccini; la seconda colonna guidata da La Corata muoveva verso le case del Canale; il capitano Achille Ricciaroli, infine, risalì la strada della Potenza fino a raggiungere le Marane costeggiando la Badia di Santo Spirito del Morrone. I briganti, in questo modo, avevano alle spalle la montagna e non altre vie di fuga e così, non sentendosi pronti allo scontro, decisero di salire sul monte, seppure di notte ed in pieno inverno. I soldati li inseguirono, ma avendoli persi di vista ritornarono in caserma. Pochi giorni più tardi, la banda fu avvistata nei pressi di Colle Savente. Quindi ebbero modo di avere riparo e rifornimenti da un contadino di 64 anni della zona, Camillo di Placido. Interrogato dai nazionali, l’uomo non potè fare altro che confermare l’identità dei capibanda e di alcuni compagni. Era chiaro, intanto, alle forze dell’ordine che quei giovani non erano soli, ma appoggiati da alcuni contadini del luogo. Quello che i soldati e le guardie non sapevano, però, è che per i successivi dodici mesi quei briganti avrebbero creato loro scompiglio. Stava iniziando, in quei giorni, il tempo della banda dei Sulmontini.


A Cura di Nunzio Mezzanotte - Documenti tecnico – scientifici del PNM n.10
Iniziativa promossa con i Volontari S.C.U. - Ilaria Di Prinzio, Valentina Di Prinzio, Sebastian Giovannucci


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