18 Aprile 2024
Un Parco di Montagna affacciato sul Mare

La conservazione degli Anfibi nel Parco

Progetto editoriale con la collaborazione del fotografo Bruno D'Amicis

Nelle forre ombrose della Maiella e nei suoi boschi meglio conservati, sui pendii meno ripidi e nei pascoli di collina, laddove ci siano torrenti e ruscelli, laghetti, pozze o fontanili, si nasconde una fauna sorprendente.

Animali piccoli, ma che riescono a fare cose straordinarie. Sono campioni di salto, nuoto, apnea e arrampicata; sanno cantare, scavare, afferrare le prede con la lingua appiccicosa, respirare attraverso la pelle, cambiare forma e colore, e persino produrre sostanze tossiche per difendersi dai predatori!

Sì, avete indovinato, stiamo parlando degli anfibi: rane, rospi, salamandre e tritoni. Il territorio del Parco Nazionale della Maiella ne ospita una dozzina di specie diverse, che tutte assieme rappresentano quasi un terzo di quelle note per l'Italia. Se questi numeri non vi sorprendono, sappiate allora che il nostro Paese, tra tutte le nazioni europee, è quello che vanta la più ricca batracofauna, termine forse un po' cacofonico, ma che indica l'insieme delle specie di anfibi di una regione (in greco, batrachos vuol dire rana!). Quindi, la Maiella figura a giusto titolo tra le aree più importanti per la conservazione di queste specie a livello internazionale.

Nonostante tutte le loro abilità, l'aspetto grazioso e i colori spesso vivaci, gli anfibi sono praticamente sconosciuti ai più e, molto spesso, guardati con disprezzo o paura.

Si tratta invece di animali timidi, innocui e delicati, fortemente legati alla presenza di acqua, di cui necessitano imprescindibilmente almeno in una o più fasi del proprio ciclo biologico.

I tritoni, ad esempio, passano gran parte dei mesi di vita attiva nel mezzo liquido: dopo aver trascorso l'inverno nascosti in qualche cavità nel terreno, essi migrano verso pozze, laghetti e fontanili, dove mettono in atto i loro suggestivi rituali di accoppiamento e depongono le uova. Da queste emergono poi le larve, che sono dotate di branchie e conducono vita acquatica, condividendo con i genitori lo stesso ambiente sino allo sviluppo completo. Anche rane, rospi e raganelle hanno bisogno di recarsi all'acqua per riprodursi e deporre le uova in primavera, ma poi gli adulti possono scegliere anche di condurre vita terrestre.

A tu per tu con la salamandra pezzata nella lettiera di un bosco della Maiella meridionale
È facile comprendere che, in un territorio fortemente caratterizzato dal carsismo, come quello delle montagne dell'Appennino centrale, le rare risorse d'acqua superficiali siano importantissime per la sopravvivenza di queste specie a livello locale. La manomissione dei loro ambienti, ad esempio attraverso la captazione dei corsi d'acqua, l'interramento di pozze e stagni, il disboscamento su vasta scala o la modernizzazione di antichi fontanili, è una delle cause principali della rarefazione di questi animali sul territorio nazionale, così come nel resto d'Europa. A questa vanno aggiunti, negli ultimi decenni, gli effetti dei cambiamenti climatici, tra cui soprattutto i periodi di siccità estivi sempre più lunghi ed intensi, e la diffusione di patogeni. Batrachochytrium dendrobatidis e, più di recente, Batrachochytrium salamandrivorans (Bsal) sono due specie funghi chitridi importati inconsapevolmente in Europa e nelle Americhe a partire dalle aree di origine, probabilmente localizzate in Asia o in Africa, attraverso il commercio di anfibi destinati a laboratori e terrari. Una volta diffusi nell'ambiente, spesso attraverso l'utilizzo di strumenti, guanti o stivali non disinfettati, i chitridi possono infettare rapidamente le popolazioni locali di anfibi, causando vaste lesioni cutanee, spesso letali, in questi animali.

Con oltre il 40% delle specie in pericolo d'estinzione a livello mondiale, oggi gli anfibi risultano il gruppo di vertebrati più minacciato del Pianeta e la loro rapida rarefazione è sicuramente uno dei primi e più evidenti sintomi della cosiddetta VI Grande Estinzione.

Per fortuna, gli anfibi della Maiella sembrano godere ancora di buona salute. Ciononostante, sono tuttavia oggetto di monitoraggio costante e di azioni mirate di conservazione da parte dei tecnici del Parco.

In Abruzzo vivono due specie di salamandre, la salamandra appenninica (Salamandra salamandra gigliolii) e la salamandrina settentrionale o di Savi (Salamandrina perspicillata).

Alcune delle popolazioni più ricche dell'Appennino sono localizzate proprio nel settore meridionale del Parco Nazionale della Maiella, e in particolare nei boschi della Riserva del Quarto S. Chiara. La vasta copertura arborea, di faggi, aceri e abeti bianchi, grazie al suolo argilloso, è attraversata da numerosi torrenti e ruscelli... ma anche da strade! E, mai come da queste parti, specialmente in autunno e primavera, quando si è alla guida è bene prestare particolare attenzione: sulla carreggiata si possono incontrare moltissime salamandre alle prese con la migrazione stagionale. Queste, infatti, due volte l'anno, si spostano dai siti di alimentazione e rifugio, dove trascorrono alternativamente le stagioni più aride e quelle più fredde, a quelle di riproduzione, ovvero i piccoli ruscelli che solcano i pendii della zona.

Alla scoperta delle salamandre nei boschi della Maiella e della loro conservazione.
Nonostante l'evidente colorazione aposematica, cioè di avvertimento, la salamandra appenninica riesce spesso a passare inosservata, muovendosi lentamente e mimetizzandosi con la lettiera del bosco. Sono animali schivi e molto abitudinari, che escono allo scoperto solo nelle giornate umide e in assenza di vento e che trascorrono molto tempo attorno al proprio rifugio, localizzato tra le radici di un albero o sotto una pietra. Qui perlustrano il suolo a caccia degli invertebrati, di cui si nutrono.

La piccolissima salamandrina di Savi, un endemismo della Penisola italiana, condivide lo stesso ambiente della gigliolii, prediligendo tuttavia gli angoli più umidi e bui della foresta. È un animaletto di pochi centimetri e gran parte della sua lunghezza è rappresentata dalla coda. In presenza di un pericolo, la salamandrina si immobilizza e, anche grazie al dorso nero-marrone scuro, non è affatto facile da individuare. Se si ha la fortuna di osservarne una da vicino, si può ammirare la sorprendente colorazione bianca, rossa e nera del ventre, che ne rivela la tossicità ai potenziali predatori.

Da sempre, il Parco Nazionale della Maiella promuove la conoscenza e la conservazione di queste specie.

Per ridurre il numero di animali investiti, durante i periodi di migrazione il Parco assieme ai Carabinieri Forestali e ai volontari del servizio civile e delle associazioni, provvede ad installare delle barriere temporanee lungo le strade. Bande in materiale plastico alte una trentina di centimetri che bloccano le salamandre in movimento, indirizzandole verso dei sottopassaggi. In questo modo, esse possono attraversare in sicurezza la carreggiata e raggiungere così il proprio habitat d'elezione senza rischi. Si tratta di misure importanti, ma che da sole non sono sufficienti a risolvere il problema del tutto. Ad esse occorre sempre affiancare la nostra attenzione e il nostro rispetto.
Un'altra specie di particolare interesse nel Parco è l'ululone appenninico (Bombina variegata pachypus), un anfibio anuro di pochi centimetri di lunghezza, che vive solo nella Penisola italiana. L'ululone ha un dorso verrucoso grigio-marrone, le pupille a forma di cuore che gli conferiscono uno sguardo da sognatore, ma soprattutto e una caratteristica colorazione giallo-uovo del ventre. Quest'ultima è un chiaro segnale della sua tossicità: le numerose ghiandole sul dorso dell'ululone, infatti, sono in grado di secernere una sostanza irritante e repellente, che tiene alla larga eventuali nemici.

Un tempo l'ululone era comunissimo in tutto il nostro Paese..

Ma, come per altre specie, la distruzione dell'habitat, unita a numerosi altri fattori, lo ha portato oggi ad un drammatico declino.
Fortunatamente, la Maiella ospita ancora buone popolazioni di questa specie così minacciata, monitorate, anno dopo anno, dallo zoologo del Parco, Marco Carafa.


Alcune fasi delle attività di monitoraggio dell'ululone appenninico condotte dal Parco Nazionale della Maiella.

Gli individui adulti vengono temporaneamente catturati, misurati e “marcati” con una fotografia. Il disegno del tipico ventre giallo di questi anfibi infatti è diverso in ciascun individuo.

Un po' come un'impronta digitale, permette il riconoscimento dei singoli animali e, quindi, lo studio dell'andamento di una popolazione. Soprattutto, laddove si assista ad un'assenza di classi di età, sintomo di problemi nella riproduzione, il Parco agisce con la riqualificazione degli ambienti prediletti dall'ululone, quali pozze e piccoli ruscelli, talvolta attraverso l'apporto di acqua per evitarne il prosciugamento durante lo sviluppo di uova, larve e giovani animali.

Gli ululoni sono manipolati con estrema cautela e solamente con guanti monouso, per evitare di danneggiarne la pelle o, peggio, trasmettere agenti patogeni. D'altronde, come molte specie della fauna minore, la loro cattura e manipolazione è vietata da apposite leggi regionali e giustificata solo per motivi di ricerca.

Subito dopo le misurazioni, essi sono immediatamente rilasciati nel loro ambiente, dove potranno continuare a riempire le serate primaverili con il loro dolcissimo canto flautato, “uhu...uhu..uhu..”, che ricorda il verso di un uccello notturno.


La pietra Cernaia

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